La sala cinematografica è morta? Il cinema e la sua eterna fine
[Un futuro improbabile] Provo a contare a occhio i centimetri di neve oltre la porta: sette, otto, dieci, forse dodici. É la prima volta dal Grande Silenzio che vedo la neve. È la prima volta dal Grande Silenzio che l’assenza di qualsiasi rumore sembra naturale. Quando ero bambino capitava mi svegliassi nella luce riflessa delle strade inondate dal bianco, un candore allucinato che pareva attutire ogni suono. Come stare in una camera a tenuta stagna mentre fuori un coro inferocito ti urla addosso: sai che sono lì, ma senti di poter respirare, perché, per quanto si sforzino, quelle voci non possono raggiungerti. Le parole di una dei Nomadi riescono invece a liberarmi dal torpore del sonno che il freddo ancora non m’ha scosso di dosso. “Non sprecare le ore di luce se vuoi fare il tuo giro. Ci serve del cibo”. Passo in rassegna gli abiti invernali, mi vesto ed esco dall’appartamento rivestito di teli di plastica, sperando vada meglio di ieri.
A volte dimentico cosa ha reso tutto questo è necessario, perché i teli a ogni finestra a trattenere il calore, perché il buio, perché non possa seguire un qualche residuo di memoria muscolare e semplicemente infilarmi in un supermarket a comprare qualcosa per cena. Circa tre giorni dopo l’inizio della tempesta solare calò il buio. Niente internet, niente comunicazioni. Niente acqua pulita, nessun trasporto da quando terminò il petrolio. E niente cibo. Mi tornano in mente le parole di un libro di Hemingway che lessi da ragazzino, ricordai come definisse la fame “disciplina”, e di averlo trovato ridicolo. La fame non è disciplina, è una bestia senza voce votata alla violenza. Un mostro inaspettato che si svegliò presto dentro chiunque capisse cosa stesse accadendo, raschiando con le unghie e ricordando che prima o poi i cibi in scatola sarebbero finiti e la mancanza di elettricità avrebbe fatto marcire il resto. E fu paranoia, e fu terrore. Ma più di tutto fu guerra civile. E durò anni. E il problema della sovrappopolazione di cui tanto si discusse fu risolto dalle guerre tra distretti, poi nazionali, poi dall’unica Grande Guerra che fece sembrare tutte le precedenti liti da parco giochi. Le città non ressero il peso degli scontri, gli ospedali collassarono, le energie alternative non ressero quel confronto a cui non erano ancora pronte con le tradizionali. Tre giorni, e il mondo cambiò. Una notte illuminata di rosso e verde, quasi l’aurora boreale avesse deciso di migrare e cambiare colore, e il ritorno all’era preindustriale divenne realtà come in un brutto racconto distopico. Affondo i piedi nella neve diretto verso il centro di quella che deve essere stata una grande città. Ogni suono esplode nel silenzio della neve mentre mi allontano dalla palazzina che abbiamo occupato e allestito a rifugio da un paio di settimane. Un grande condominio che resse alla devastazione divenuto casa per noi nomadi. Un gran paradosso di palazzo coi gerani alle finestre in una metropoli post-apocalittica. Un vecchio segnale stradale divelto separa le prime vie del centro storico dal resto della periferia che regna sovrana, e comincio il mio solito giro. Sono metodico come un libraio, il rituale è sempre quello: rompo una finestra al piano terra, elimino i vetri dagli infissi e mi isso dentro a scavare nei resti di vite altrui, cercando qualunque cosa possa fare l’inverno meno gelido e la fame meno opprimente. Ma non è un’idea solo mia, le case sono quasi tutte già state razziate, ne rimangono poche intatte, e l’idea di incontrare altri sciacalli non mi attira particolarmente. La casa di oggi ha ancora l’odore che hanno le persone sole, ma sembra promettente. Apro gli armadi, rivolto i cassetti, scardino gli sportelli della cucina nella foga; in un’altra vita avrei trovato tanta veemenza irritante, ma in questa la catarsi non è valore da sottovalutare. Continuo così fino alle ultime luci del giorno, una casa dopo l’altra con addosso i cimeli di sconosciuti e qualche barattolo di ciò che deve essere stato cibo. Giornata produttiva, ma se voglio tornare prima del buio al condominio devo rinunciare alle altre case. Torno nella neve carico di sacchi e arrivo al termine della strada prima di sentire dei passi. Terrore. So per esperienza diretta che l’incontro con altri nomadi affamati può finire in un modo soltanto, con me non proprio in salute buttato in un fosso e loro coi miei sacchi a stomaco pieno. E mentre penso che in fondo il buio non può farmi di peggio m’infilo nel primo portone scardinato che vedo e corro, sperando che quelli non abbiano ancora girato l’angolo. Sento il suono di scarponi oltrepassare l’entrata e sparire nella neve. Mi guardo attorno cercando qualcosa su cui concentrarmi per calmare il respiro. La luce che filtra riflessa dalla neve illumina un atrio ampio pieno di enormi cornici vuote. Da un lato un bancone che un tempo deve esser stato lucido e brillante dietro al quale scorgo scalini salire verso il buio, dall’altro una porta tagliata da un tendone che si intuisce esser stato rosso, ma irrigidito da anni di polvere e calcinacci. Mi ritrovo a camminare verso il tendone ancora prima di rendermene conto. Memoria muscolare, appunto. Lo scosto e vengo investito da una folata d’aria, come se scappasse dopo essere stata intrappolata troppo a lungo. Quasi del vento fosse sgusciato nella sala e non fosse riuscito a defilarsi prima che qualcuno per l’ultima volta si tirasse dietro il sipario. È buio, lascio gli occhi abituarsi alla mancanza di luce. Mi si rivela una distesa di poltroncine scure separate da corsie strette, le sedute rivolte verso un immenso telo grigio appeso a tralicci invisibili. L’atmosfera è grottesca, l’aria vibra. Mi sento addosso gli sguardi che si rivolgono a chi ha interrotto qualcosa d’importante, come se le poltrone m’accusassero di averle distratte dal loro riposo passivo, dalla stasi. E lentamente mi assale la sensazione familiare d’aver dimenticato qualcosa di antico, una vecchia vita che si riaffaccia ma non vuole davvero farsi notare. L’ansia mi si svuota addosso e la stanchezza mi rende le gambe molli. Scelgo un sedile al centro della sala e mi ci butto sollevando una nuvola di polvere densa. Nella penombra del luogo tutto sembra enorme, le tende si fanno immense e lo schermo sembra attendere qualcosa che non arriverà mai. E, avvolto dalle ombre, mi faccio travolgere da una calma che non mi appartiene, che la sala stilla da ogni angolo. Scivolo nel sonno. E sogno. Sogno come non sognavo da anni. Vedo una sala gremita, sento gli odori, i sapori, i suoni mi arrivano più nitidi che da sveglio. Vedo sedie occupate da gente d’altri tempi ben vestita, tutti religiosamente rivolti verso il telo su cui cominciano a colare luce e immagini. Li sento parlottare sconvolti e correre quando sul telo viene proiettata l’immagine di un treno in corsa, scandita da un bianco e nero violento. Li percepisco spingermi per riprendere il proprio posto, rassicurati dall’evidenza che il treno ormai fermo non oltrepasserà lo schermo per travolgerli. Mi vedo sprofondare nella seduta di velluto, e l’ambientazione cambia. La sala è diversa, la gente è diversa. Gli spazi sono identici, ma lo schermo è più grande. Le sedie hanno lasciato il posto a poltroncine in velluto verde che in breve vengono tutte occupate, sento un ronzio distinto mentre nella sala cala un buio innaturale, e in qualche modo capisco che per la magia che deve avvenire serve che la luce abbandoni quei luoghi. Eppure, nessuno ha paura di quel buio. Lo schermo ancora una volta si riempie d’immagini ed esplosioni, stavolta a colori. E ancora una volta sprofondo nella poltroncina e la scena muta. La sala è quella in cui mi sono addormentato, ma le luci sono accese e le poltroncine non sono più verdi ma rosse. La patina di polvere sembra essersi dileguata. E nell’aria c’è qualcosa di sbagliato. La gente ha i volti coperti da rettangoli di tessuto, la sala non si riempie come negli ultimi due sogni ma sparuti gruppetti di ragazzi occupano sezioni di poltrone distanziate agli angoli della sala. Un bambino sorride con un sacchetto di patatine in mano, è l’unico ad avere la bocca scoperta e che sembra davvero essere presente. E ricordo. Ricordo il sapore di quelle patatine, la sensazione del velluto che si oppone ai vestiti nel sistemarsi meglio sulla poltrona, ricordo le mascherine e ricordo i cinema vuoti. Ricordo l’atmosfera, ricordo i film, ricordo le storie. E ricordo che il cinema era l’unico luogo in cui mi permettevo di non avere paura del buio. Mi vedo bambino, mi vedo felice. E mi sveglio.
[Oggi] Il 28 dicembre del 1895 viene proiettato per la prima volta L’arrivo di un treno alla stazione de La Ciotat, opera dei fratelli Lumière e tra i primissimi esempi cinematografici della settima arte. Perché settima? La classificazione è opera del poeta italiano Riccardo Canudo, che all’inizio del secolo scorso decise di raccogliere cronologicamente ogni forma espressiva che ritenesse dignitosa. Per quanto l’elenco di Canudo possa o meno reputarsi completo, alla più recente, il cinema appunto, è da sempre affibbiata una qualche aura di decadimento: è dagli anni ’60 che gli si attribuisce l’idea di settore in crisi, e per quanto tale presunta fine sembri sempre più vicina, lo schermo e le idee rappresentatevi sono costantemente riuscite ad adattarsi ai nuovi bisogni del pubblico, un anello evolutivo dopo l’altro, una proiezione dopo l’altra. Un’idea antica, quindi. O almeno così è stato fino alla pandemia.
Neppure nel corso delle due guerre mondiali il cinema ha subito interruzioni e perdite tanto ingenti. Il Covid-19 si è abbattuto su ogni aspetto della quotidianità con ferocia inaudita, e certi settori ne hanno sofferto più di altri. Teatri, musei, festival, concerti. E proiezioni. Se pur sia stata permessa alle sale una riapertura nel periodo estivo, con adozione di protocolli rigidi e pubblicazione di studi a dimostrazione che non vi fossero i presupposti per rappresentare effettivamente luoghi di contagio, o almeno non più di tanti altri, la mancanza di titoli significativi e l’ulteriore chiusura autunnale hanno contribuito a gettare nell’incertezza più opaca un settore già in crisi. È certamente una scelta comprensibile, dopotutto stiamo parlando di business: non andiamo al cinema per paura del contagio, dando dimostrazione a chi di dovere che, distribuire un prodotto su cui molto si è investito, pensato per la sala, sarebbe occasione mancata di profitto. La paura del flop al botteghino è reale, e la scelta di rimandare proiezioni con pubblico assicurato è sensata, nonostante non aiuti i gestori delle sale nella propria lotta alla sopravvivenza. Eppure, tale scelta ci dà una certezza: il non voler caricare un determinato prodotto, ideato per la proiezione appunto, su una piattaforma, in quale modo rassicura sul fatto che il cinema potrebbe ancora avere un futuro. Potremmo continuare a chiederci quanto la decisione di mantenere chiusi i luoghi di principale fruizione del prodotto cinematografico sia più utile che dannosa, ma nulla cambierebbe la realtà dei fatti: la sala è inaccessibile, la sua sopravvivenza è in dubbio.
Il problema quindi, alla riapertura e alla ripartenza, potrebbe essere opposto: i grandi film saranno pronti a essere distribuiti, ma in quali sale? E torniamo allora a parlare di streaming. Inizialmente furono le piattaforme a sentire la necessità di nobilitarsi, muovendosi verso le cifre cinematografiche stilistiche e visive. Netflix, Amazon, Disney+ sono entrati a far parte della nostra normalità. È lo spettatore a riconoscere la presenza del cinema a cui è avvezzo, o del suo fantasma almeno, identificando nella sua memoria emotiva le sensazioni che possano ricondurre l’esperienza al cinema che conosce; ed è l’industria cinematografica stessa a doversi mettere in pari con le limitate possibilità di consumo, spingendo l’acquirente a ricreare in casa propria l’ambiente a cui è affezionato, che sia tramite l’home theatre o altra tecnologia, seppur la riprogrammazione di vecchie pellicole nel periodo di pausa dal lockdown abbia riavvicinato il pubblico alle sale. Avendo delineato la distinzione tra cinema come arte e cinema come luogo, e intuita la competizione tra film e serie televisive, sono le parole di Monicelli a portare sulle spalle il dubbio più vero sul luogo di visione: “Il cinema non morirà mai, ormai è nato e non può morire: morirà la sala cinematografica, forse, ma di questo non mi frega niente.”
Che il cinema fosse quale luogo fisico, destinato a soccombere, è un’idea che ormai sappiamo cominciò a diffondersi già con la nascita della televisione, e che l’avvento delle nuove piattaforme non ha che confermato. Eppure, il rapporto tra grande e piccolo schermo è più aperto che “scompartizzato”: si conferma costantemente un flusso continuo di influenze, uno scambio di idee, modi, immagini e fotografie tra il prodotto classico, i cortometraggi e le serie tv. E nonostante il prodotto della cinepresa quale idea e contenuto oggi riesca a oltrepassare i suoi stessi confini e appropriarsi di nuovi spazi, nell’immediato la perdita per la sala è immensa, trovandosi scansata dal suo trono di regina esclusiva di fruizione. Ormai svuotate e decadenti, sembrano accettare il ruolo di eterna camera mortuaria di un’arte che sembra stia lentamente scomparendo.
Quello che davvero si percepisce nel contesto sociale in cui viviamo, è piuttosto una crisi del cinema in quanto tale, della ritualità, del contesto, dell’aggregazione. Che la quarantena e la conseguente alienazione abbiano lasciato cicatrici profonde nella psiche di più di una generazione è un dato di fatto, ma quando la vita ci è risultata pesante abbiamo sempre saputo di poter scappare a immergerci nell’oscurità della sala e uscirne più leggeri, almeno per un paio d’ore. Oggi anche questa certezza ci è tolta, ma pone l’attenzione sulla modalità di fruizione del contenuto: Shakespeare è spesso definito l’inventore dell’uomo, come si potrebbe dire che il cinema ne sia lo specchio. Ci rimanda rafforzati sogni, ansie, paure. Durante quelle poche ore in sala siamo più noi stessi, perché è in solitudine che siamo costretti a dialogare, una sorta di intimità interrotta solo dalla comparsa dei personaggi sullo schermo. Un tipo di solitudine positiva a cui non siamo più abituati, forzandoci come facciamo a scappare da ogni forma di introspezione tramite la presenza costante e illusoria del mondo tramite social.
I cinema si sono anche spesso fatti portatori di una cerimonialità quasi religiosa, “andare a cinema” è rituale, è catartico. La scelta della poltrona, l’odore dei popcorn, il velluto rosso delle sedie e la sensazione di indeterminatezza dell’intervallo di primo tempo hanno preso il proprio posto nell’educazione sentimentale alla visione di tanti e tanti adolescenti, che hanno vissuto alcune delle prime prese di consapevolezza proprio nel cinema-tempio. I nuovi giovani vivono la distanza dai multisala con naturalezza, non percependo il fascino di una realtà incompleta che non hanno vissuto con continuità al punto da sentirne la mancanza, non percependo il fascino di ciò che possono facilmente, e a prezzo ridotto, riprodurre a casa evitando l’inferno di pubblicità, mormorii e annunci. Il contesto sociale ha costretto allora il settore ad affrontare la crisi del cambio generazionale che a lungo era stata ignorata. Eppure, che il cinema sia sempre stata base sicura per una visione condivisa delle idee di ogni classe sociale e aggregante ogni fascia d’età non è mai stato in dubbio. Quanto allora andrà perso di questa realtà?
Non credo che un futuro per il cinema sia ipotizzabile, troppo è cambiato e troppe sono le paure e i dubbi. Una possibile visione è quella per cui l’atto stesso di andare al cinema diventi un’esperienza per pochi, di lusso, elitaria quasi. La logica dei film d’autore, dei Blockbuster e dei prodotti di nicchia è cambiata al punto da rendere impossibile prevedere cosa uscirà in sala e poi sulle piattaforme o viceversa. É difficile per me credere che la pandemia basti a cancellare la sala come rifugio dalla coscienza comune. Il cinema è abitudine, è tradizione, è casa, e i cinefili non vi rinunceranno; ma le abitudini possono cambiare, come sempre. Al di là di ogni trasformazione, il cinema si arricchisce costantemente degli elementi di ogni sua fase, e nel continuum di variazioni, è sempre rimasto fedele a se stesso. Unica possibilità concreta, è restituire al cinema ciò che fedelmente negli anni questo ci ha regalato. Sarebbe bello, quando sarà possibile, tornare a sederci in sala come davanti a un vecchio amico, a prescindere dal titolo e lontani dalle comodità di casa, a riappropriarci di una realtà straordinaria a cui dare una seconda chance.
Mi tornano in mente le parole di uno dei personaggi di Bertolucci in The Dreamers: “Ero diventato membro di quella che in quei giorni era una specie di massoneria, la massoneria dei cinefili, quelli che chiamavamo malati di cinema. Io ero uno degli insaziabili, uno di quelli che si siedono vicinissimi allo schermo. Perché ci mettevamo così vicini? Forse era perché volevamo ricevere le immagini per primi, quando erano ancora nuove, ancora fresche, prima che sfuggissero verso il fondo, scavalcando fila dopo fila, spettatore dopo spettatore, finché, sfinite, ormai usate, grandi come un francobollo non fossero ritornate nella cabina di proiezione.” E sono parole che mi ricordano quanto mi manchino i luoghi, quanto mi manchi una visione comune in un’ambiente comune. Mi manca il sospiro condiviso che una storia proiettata può regalare, mi manca l’empatia che sta tutta nell’aggregazione e nella condivisione di uno sguardo molteplice ma unitario. E spero il futuro confermi che più luoghi di fruizione non implichino esclusività. La lontananza dai cinema non ha che amplificato il desiderio di tornarci, mutando un’esperienza ordinaria e scontata in straordinaria, una rivalutazione che può rinforzare la valenza del luogo.
È una fine che non finisce quella del cinema, è una storia eterna quella delle sale, ma che sia pieno o malinconicamente svuotato, il cinema è, e sarà sempre, casa.






