È il 22 dicembre 1947, sono le ore 17 quando il Presidente della Repubblica Enrico De Nicola prende posto al tavolo della firma nella grande Sala di Montecitorio. Quattro penne da ufficio nere e lucide, due calamai; come vuole tradizione, nella frugalità tra cui nacquero tutte le grandi carte democratiche. L’Italia ha finalmente un’anima repubblicana. L’Italia ha finalmente una Costituzione.

La prima volta in cui fui impugnata da mani diverse da quelle degli operai di fabbrica fu nel momento in cui un uomo in giacca inamidata mi afferrò e spostò dalla scatola di cartoncino in cui attendevo alla scrivania, dopo aver lustrato il mio miglior vestito nero lucido. Me e quattro mie sorelle, accanto a due calamai nuovi e stappati per l’uso. Poco dopo un plico di fogli stretti da un cordino rosso e racchiusi nel cuoio si aggiunse al gruppo, mentre una folla di uomini in completo e cravatta entrava nella stanza; tutti avvocati e giuristi, mi parve di capire, in aggiunta ai due uscieri già posizionati ai lati della porta. Le lancette dell’orologio da camera cantavano il loro ticchettio in attesa di completare il giro del quadrante e scoccare le cinque.

«L’ho letta attentamente! Possiamo firmare con sicura coscienza», sentii pronunciare all’uomo più vicino al tavolo, e diedi il mio contributo a lui e altri due suoi colleghi, di mano in mano. Il fenomeno che si verifica quando quelle come me vengono impugnate è strano e meraviglioso, da un semplice tocco, dalla stretta, dal tremolio delle nocche e polpastrelli, riusciamo a percepire più di quanto sia spesso detto a parole. Mi sfiorarono e percepii l’orgoglio. M’impugnarono e percepii la responsabilità. Poggiandomi, percepii il sollievo. 

La stanza si riempì di brusii e sorrisi, qualcuno fiero srotolò fuori dalla tasca della giacca una foto ritagliata dalla copertina di un quotidiano, ritraente il viso di una ragazza sorridente sbucare, letteralmente, dall’edizione del Corriere della Sera sull’esito del referendum del 1946, dopo vent’anni di fascismo e cinque di guerra; poco sopra l’immagine troneggiava, in stampatello, il titolo “E’ nata la Repubblica Italiana”. Erano passati sei mesi da quella data e finalmente, al termine di anni di lavori preparatori e compromessi tra Partito Comunista, Socialisti, Democrazia Cristiana e Partito d’azione, la novella Italia repubblicana poteva fregiarsi di una Costituzione. 

Fu il frutto dell’incontro tra la cultura della sinistra, il pensiero cattolico popolare e la tradizione liberaldemocratica. Finita finalmente la guerra, quella grande, quella straziante, quella di cui gli occhi di coloro che mi circondavano ancora portavano il peso, il Bel Paese finalmente calcò il primo passo sulla strada della ricostruzione, della speranza, di una politica di risanamento e sviluppo. Fu un processo lungo che vedemmo prendere forma già durante gli ultimi anni del secondo conflitto mondiale: dalla Resistenza antifascista organizzata nel CLN al formarsi delle prime Repubbliche partigiane; dalle prime elaborazioni di programmi e progetti economici e sociali, come col convegno di Camaldoli del luglio del ’43, alle lotte ideologiche e alla Resistenza. 

Furono momenti, seppur diversi, in cui delimitammo, noi con l’inchiostro e loro con il sangue, il terreno d’incontro e scontro tra forze, idee e valori diversi, spesso incompatibili, che rappresentarono contrasto fondamentale per il formarsi dello spirito costituente imperniato sul dialogo, sul confronto, sulla mediazione e sulla necessità di una svolta comunicativa che aleggiava ovunque quel giorno nelle membra e sulle spalle degli uomini  al secondo piano di Palazzo Giustiniani. 

Spesso, riflettendo sulla mia condizione, al buio della scatola che sentivo spostarsi nel mondo, dalla fabbrica, ai negozianti, al pubblico, come un treno giocattolo che si muove solamente per le spinte del gioco dei bambini, restavo travolta dal pensiero della mia potenzialità. Avrei potuto portare conoscenza agli scolari, aiutare un capocantiere a tener conto dei materiali, permettere a uno scrittore di comporre la più grande delle opere; ero il mezzo di ogni opinione, il tramite di qualunque pensiero, ma non avrei potuto sperare in un utilizzo più degno dell’essere impugnata per ideali tanto alti. O tanto sofferti. Dal tocco di quegli uomini percepii tutto questo e tanto altro, sentii gli sforzi dei 75 deputati che portarono avanti le speranze di una nazione e le lotte che a quegli ideali avevano condotto. 

La prima firma che condussi fu di Enrico De Nicola, compromesso ideale, l’avvocato penalista noto per la rettitudine morale e la lunga, onorata carriera. La seconda, di mano ferma, di Umberto Terracini, eletto deputato e vicepresidente dell’Assemblea costituente nel 1946, e presidente, l’anno successivo, dopo le dimissioni di Giuseppe Saragat. E ancora, ultima, la mano del volto più noto della politica italiana del secolo, Alcide De Gasperi, che avrebbe coperto la carica di Presidente del Consiglio dell’Italia repubblicana dal 13 luglio 1946 al 17 agosto 1953. Fu suo l’onere e l’onore di procedere alla proclamazione della Repubblica italiana, prima che la Corte di Cassazione procedesse a ratificare i risultati definitivi del referendum del 2 giugno 1946. E, ancora, si vide attribuite le funzioni accessorie di Capo provvisorio dello Stato, fino a quando si procedette all’elezione di Enrico De Nicola per la stessa carica, il 28 giugno 1946, da parte dell’Assemblea costituente. Grandi menti, grandi statisti, grandi uomini pregni di immense responsabilità.

Non lo sapevamo ancora, ma agli anni di De Gasperi sarebbero seguiti quelli del centrismo, quelli del “miracolo economico”. Nella prima era del centrosinistra avremmo visto il PCI gradualmente coinvolto nelle politiche del paese, con la deriva inaspettata alla politica del compromesso storico e alla lotta comune alle Brigate Rosse. Seguirono gli anni del pentapartito, quelli della degenerazione politica, dell’esplosione violenta di Craxi e del crollo del muro di Berlino il 9 novembre d1989. E ancora, l’inchiesta Mani Pulite, i referendum che segnarono la fine di una classe dirigente complessa e contraddittoria, che sarebbe rinata in coalizioni su cui si sarebbe basato il nuovo sistema elettorale. Ma siamo ancora nel 1947, l’inchiostro non è ancora asciutto, ed è una storia ancora tutta da scrivere e raccontare. 

Oggi è tutto un ricordo vivido, da quei momenti immensi aspetto nella mia scatola, in stasi, attendendo di venire impugnata ancora, prima che l’inchiostro si secchi e il mio potenziale si esaurisca. Certi ideali non muoiono mai e con la consapevolezza del ritorno, al buio, attendo.

So che qualcuno scrisse: «Se volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione». Tracciai la firma di tre uomini su un foglio col mio sangue nero di china, e ne fui fiera, ma con me, in quei tre atti, firmarono tutti coloro che per quel momento avevano lottato. Che per quel gesto avevano rinunciato alla vita.

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Domenico Porcelli
Laureando in giurisprudenza presso la Luiss Guido Carli che, nonostante l'interesse per la materia legale, si ritrova in toto nello storytelling e nella scrittura, incanalando la passione per arte, letteratura e simbologia in ogni progetto a cui collabora. Attualmente scrittore freelance, collaboratore esterno presso più aziende di comunicazione e redattore. Accanto al bisogno espressivo e comunicativo non può che porre gli ideali di lotta per cause civili e di uguaglianza, fondamentali nel muoversi in un mondo nuovo in costante crescita, e nel raccontare la realtà da un punto di vista differente e personale. Una scrittura romanticamente cinica, a metà tra il teatro povero di Grotowsky e una diagnosi di bovarismo.

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