Per spiegarmi la 94esima cerimonia di premiazione dell’Academy, mi sono alla fine domandato cosa mi chiedessero questi Oscar assegnati – anziché aspettare che i film in concorso fornissero sufficienti prove di liceità ai miei occhi. Quale ricombinazione morale mi propongono? Cosa mi mostrano che io non ho saputo vedere finora? E ho capito di aver frainteso forse il senso stesso di questa manifestazione. Quando si parla di Oscar, attraversi tre fasi: la prima, in cui sei troppo ignorante per capirli; la seconda, in cui diventi l’equivalente di un testimone di Geova versione guardate-quanto-sono-cinefilo – passando tutto il tempo a sciorinare nozioni d’archivio che nessuno ti chiederà mai; l’ultima, durante la quale realizzi che non è tanto il film vincitore a contare, quanto il pezzo di coscienza che ti smuove proprio quel film – e non un altro. Più quel pezzo è grande, arioso e liberatorio, più aumentano le probabilità che quel film sia il Film dell’anno. E io finalmente realizzo di essere giunto alla terza tappa, per cui ricevo dalla categoria Best Picture non il Miglior Film in Assoluto dell’Anno, ma una buona approssimazione delle domande interiori che dovrei seriamente cominciare a pormi.

Prima che iniziasse quest’ultima edizione, ero saldamente ancorato alla seconda fase della nostra evoluzione cinefila: ogni discussione era una gara di nozioni, anche di film non visti – l’astrazione pura, insomma. Finita la cerimonia invece, alle prime luci dell’alba, sono sorti i dubbi. Oggi, mentre scrivo questo pezzo, riposo ampiamente all’ombra della terza fase. E capisco di quanto fosse grande il mio errore nel giudicare chi meritasse di vincere solo secondo me, solo secondo la mia inclinazione all’arte cinematografica che parla per se stessa. Il mio grande favorito è sempre stato Drive My Car, un affresco sentimentalmente compassato – capace di restituire visioni inconsuete sulla difficoltà di amare e ricordare, soprattutto quando le ombre del tempo sembrano avere la meglio; il film di Hamaguchi è un viaggio verso se stessi, senza sconti ma non per questo meno raffinato. Durante la cerimonia, però, andavo realizzando che un’opera del genere, così stranamente monumentale nel descrivere le nostre insicurezze, sarebbe apparsa eccessivamente autoreferenziale: a chi parla una pellicola che pretende una dedizione visiva pressoché assoluta? E l’Academy ha confortato i miei dubbi, tributando il mio favorito con la comunque ragguardevole statuetta per il Miglior Film Internazionale; spazio pure al rammarico per l’ottimo lavoro di Sorrentino, un ritorno ai suoi primi ritratti: se avete apprezzato È stata la mano di Dio, fate un salto nel passato iniziatico del regista e regalatevi la visione de L’amico di famiglia e Le conseguenze dell’amore.

E dove non lascio spazio a remore è per il destino toccato in sorte a Il potere del cane e Dune: il primo considerato troppo malinconico e crepuscolare per vincere le diffidenze dell’Academy, il secondo troppo futuristico e poco nobile per via della materia trattata. Eppure credo sia stato altrettanto ingiusto relegare due film di questa feroce potenza a ruoli di assoluta marginalità: Il potere del cane si porta a casa una statuetta per la Miglior Regia su dodici nomination, troppo poco per una pellicola che parla così tanto della nostra epoca – e così bene! -, senza mai esplicitarla, dal momento che si manifesta sotto le mentite spoglie di un western d’autore. E se davvero volete capire il senso di un film del genere – quale vetta espressiva può eventualmente raggiungere – devo citare altre due pellicole, che si animano secondo frequenze molto simili al capolavoro di Jane Campion: L’uomo che uccise Liberty Valance, con il quale condivide la stessa tensione irrisolta per il tramonto decadente di un mitico Far West, e Il Cacciatore, un film capace di parlare della guerra senza mai mostrarla – proprio come Il potere del cane racconta di certe perversioni della nostra società contemporanea, nascondendola continuamente dietro la polvere di un passato lontano.

Dune, al contrario, porta a casa solo premi tecnici, che non mettono mai in luce la grande epopea costruita da Denis Villeneuve; una rappresentazione plastica del potere e del sacrificio, tutto racchiuso nel guscio di un continuo accesso visionario. Villeneuve è un regista di gran pregio e Dune rappresenta l’acme di una carriera contraddistinta da una grandissima potenza immaginifica, che è ben incarnata da un’opera come Arrival: se il film candidato agli Oscar vi ha toccati, recuperate questo piccolo gioiello; affronta le stesse tematiche di Interstellar, ma il futuro già passato che descrive è assai più spontaneo e disintermediato (quindi senza sermoni scientifici sulla fisica quantistica, per capirci).

Ultimo atto. Comprendere il senso di questa cerimonia proprio mentre assistevo alla vittoria di CODA – I segni del cuore. Non avevo neppure degnato di considerazione questo film, derubricandolo a mero intrattenimento per famiglie (anche) per colpa dell’infelice localizzazione del titolo. Averlo visto non ha cambiato la mia predisposizione di massima per questo film, né tantomeno mi ha convinto dell’equità di giudizio nell’assegnare all’opera anche il premio per la Miglior Sceneggiatura non Originale – essendo di fatto una schietta riproposizione, senza guizzi di sorta, de La famiglia Bélier. Com’è riuscito un film con una fotografia senza estro, una sceneggiatura ampiamente riciclata e prove attoriali assolutamente nella media a vincere nella categoria regina della serata? Perché apre uno spiraglio di inclusione, seppur parziale, verso una minoranza quasi mai considerata: quella dei non udenti. CODA è l’opera formalmente più contemporanea tra quelle in gara, l’unica che, a modo suo, sembra farsi carico di raccontare un pezzo del nostro presente – mettendo in scena proprio il presente.

Alla fine della visione mi sono chiesto come avessi potuto considerare così poco e male le quotidiane difficoltà che ogni non udente (e non solo, ndr) è chiamato ad affrontare; e se l’Oscar per il Miglior Film oggi vuole avere il dovere morale di illuminare una zona d’umanità sempre in ombra, allora il cinema seguirà – con tutti i mezzi a propria disposizione. Questo film, con la semplicità che a tratti sfocia in sana leggerezza, giunge a ricordarmi il senso di quello che la statuetta mi chiede di tenere a mente, se non anche di un motivo per cui sconvolgermi.

Per amore dell’arte che parla a se stessa non resisterò mai al fascino di una pellicola difficile e matura, ma ora vedo più chiaramente un senso profondo oltre la retorica, spesso troppo abusata, di una supposta inclusione sociale. Ora è tempo di aprire nuove strade per quelle voci che non hanno avuto la stessa fortuna di CODA. E pur giunto all’ultimo stadio della mia sorte progressiva, mi chiedo ancora un po’ cosa mi abbiano lasciato i film in gara – anche se ho imparato che forse questa è la domanda sbagliata.

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Edoardo Maria Volpe
Founder & Creative Director di Anatholica, è laureato in Scienze Politiche e Design della Comunicazione. Appassionato di design esperienziale, event & ceremony production, consumer technology e statistiche, scrive degli eventi che non potete perdere, delle ultime tendenze tecnologiche, e - talvolta - di cinema e arte.

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