La pax americana sembra indebolirsi e gli insuccessi in Afghanistan danno nuovo vigore ai nemici dei paesi membri dell’Alleanza Atlantica. Con l’eccezione di alcuni paesi europei, in primis Francia e Inghilterra, e degli Stati Uniti che hanno reso la presenza di un esercito competitivo uno degli elementi centrali della loro strategia geopolitica, la maggior parte degli stati del mondo occidentale si trova, dopo circa trent’anni, obbligata a ragionare su problematiche di sicurezza che vanno oltre la minaccia terroristica. 

L’Italia ha ricominciato a investire seriamente nello sviluppo di tecnologie militari che permetteranno al Paese di prevenire e reagire alle nuove minacce cinetiche e informatiche. Ma c’è un problema: l’incremento della spesa militare coincide con una congiuntura economica estremamente negativa. Detto più banalmente, non si possono spendere soldi che non si hanno. Se poi approfondiamo la condizione del complesso militare-industriale italiano si rivela un colossale paradosso: se da una parte l’Italia non si arma, le nostre fabbriche producono armi in abbondanza. Paradosso che si regge sulla terribile allergia che l’Occidente europeo ha contratto nei confronti degli argomenti bellici e su un approccio geopolitico realista, cioè concentrato sull’analizzare i rapporti tra Stati da un punto di vista pragmatico che considera la comunità internazionale in maniera simile allo stato di natura di Hobbes.

Il rifiuto di trattare di argomenti militari e della visione dell’industria bellica come un male necessario di cui vergognarsi è figlia dalla condizione di pace semipermanente in voga sin dalla fine della Seconda guerra mondiale e dell’enorme quantità di dolore che le grandi guerre hanno causato all’Italia e all’Europa. Gli orrori e le colpe della Guerra hanno plasmato la coscienza italiana così nel profondo che con l’Articolo 11 della Costituzione la guerra offensiva è stata resa illegale, rendendo quella difensiva l’unica forma accettabile di conflitto. 

Ma, se da una parte “l’Italia ripudia la guerra”, la vendita di armi è stata, invece, per il Paese una delle principali fonti di esportazione sin dalla fine del secondo conflitto mondiale. L’industria militare italiana è capace di competere con i suoi rivali europei e d’oltreoceano. Dalla cantieristica navale alla produzione di armi leggere, le aziende italiane della difesa producono prodotti di eccellenza spesso, o quasi sempre, non venduti nel mercato nazionale, Italia, bensì, a compratori esteri. Adesso, non è nostro obiettivo riflettere su quali sarebbero le conseguenze dello schieramento di qualche centinaio di Alenia-Aermacchi m346 in configurazione Ground Attack sullo scenario libico o sull’obsolescenza del costosissimo carro Ariete C1, ma queste sono questioni con cui dovremo inevitabilmente fare i conti vista la coltre di incertezza geopolitica che non accenna a sparire. 

Invece, la vera domanda è se vale la pena rinunciare al rifiuto della guerra sancito dalla nostra Costituzione. Molto probabilmente no, ma potrebbe essere inevitabile. Il rifiuto della guerra e l’apertura nei confronti di altre nazioni sono due degli elementi che hanno permesso all’Occidente di diventare il paradiso di benessere economico e diritti civili che è oggi. Ma l’atteggiamento delle Nazioni europee non è il prodotto di una grande rivoluzione nel mondo delle relazioni internazionali; è semplicemente la manifestazione dell’universalizzazione del modello occidentale grazie all’assoluta egemonia dell’Occidente stesso. Egemonia, ad oggi, quasi inesistente, e che si sta trasformando in un equilibrio multipolare mantenuto in vita dalle armi atomiche. 

Giustificare le grosse spese militari nei paesi occidentali è reso ancora più complicato dal modo in cui sono strutturate le forze armate. Visti i bisogni strategici, gli eserciti europei hanno abbandonato la strategia dei grandi numeri concentrandosi sulla creazione di corpi d’élite con pochi effettivi e con una flessibilità operativa quasi assoluta; sono diventati eserciti di forze speciali altamente equipaggiate e preparate. Modello che funziona nel mondo delle minacce terroristiche e dei piccoli corpi di spedizione in paesi del terzo mondo, ma non in quello delle offensive su larga scala e delle invasioni costiere. Prendiamo in esempio i COMSUBIN, un corpo di assoluta eccellenza, ma caratterizzato da un numero estremamente ridotto. Gli incursori di marina sono in grado di operare in qualsiasi scenario operativo e di compiere quasi ogni tipo di missione, ma in un mondo in guerra semplicemente non sarebbero sufficienti.

Un ulteriore elemento che rende molto complesso il rapporto dell’Italia con l’investimento nelle forze armate è l’utilità marginale molto bassa che gli investimenti nella difesa danno alle capacità operative. Il miglior esempio è la questione degli F-35: l’Italia è oggi, a fianco a UK e USA, uno dei tre paesi capaci di far decollare F-35 dalle portaerei. Ora, anche se sarebbe molto interessante analizzare approfonditamente le caratteristiche tecniche e operazionali del F-35, limitiamoci a dire che è molto costoso (ogni aereo ha un prezzo che si aggira attorno ai 90 milioni di dollari e un costo di circa 33mila dollari all’ora di volo). In questo frangente, l’Italia ha acquistato un totale di novanta F-35 che verranno a costare circa 4 miliardi e 700 milioni di dollari, ma la verità di cui ogni generale è consapevole è che 90 aerei sono buoni solo per fare parate, air show e per bombardare civili senza armi antiaeree.

E allora viene da chiedersi: quale futuro per l’Italia? E’ corretto ipotizzare una nuova attenzione delle Nazioni europee alle questioni militari e un incremento della spesa militare dei paesi NATO. Gli Stati europei dovranno diventare autonomi e capaci di difendersi da soli ma, al contempo, dovranno essere preparati ad affrontare minacce convenzionali, in cui il divario tecnologico potrà benissimo essere trascurato. Per l’Italia, la situazione è più complessa: sicuramente, nei prossimi anni si osserverà un incremento negli investimenti nel settore della difesa, ma il futuro per il Paese sarà sempre più complicato a causa dell’incapacità politica e diplomatica della sua classe dirigente, che fungerà da moltiplicatore di difficoltà in sfide geopolitiche già estremamente complesse. 

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