1Q84, il mondo onirico di Murakami
Il 2020, un anno da dimenticare. O per lo meno così ci ostiniamo a ripetere. Il caso vuole che sia proprio nel 2020 che inizi l’avventura per le strade di Tokyo, tra le righe di 1Q84. Un parallelo che sa un po’ di ironia e un po’ di nostalgia, di quella velata, quasi di sottofondo, nascosta nei nomi di Aomame e Tengo. Un romanzo fantasy, ma anche una storia d’amore lunga venti anni, quella tra Aomame, trentenne apparentemente ad agio nella sua noiosa routine, e Tengo, rassegnato a una vita metodica e senza adrenalina.
Devo ammettere che non sono una lettrice rapida, di quelle che divorano i libri in qualche giorno. No, assolutamente. Ho smaltito le oltre mille pagine in più di sei mesi. Lo scelsi una mattina, sentivo che mi chiamava da quella libreria a vetri. E così l’ho preso. Ho cominciato il viaggio lontano nella città che più mi affascina ma che non ho mai visitato, Tokyo. Una città vivace, dai mille colori: azzurro, giallo, bianco e rosa di giorno, blu scuro con qualche stella a led di notte. E due lune, una chiara e splendente, l’altra più piccola, quasi verdognola. Per entrare in questa città, in questo mondo, nel 1Q84, non bisogna farsi domande. No, perché non esistono risposte, e mai ci saranno in nessuna delle mille e passa pagine. Un mondo di magia sì, ma dove la realtà incombe con prepotenza, dove la sottile linea tra immaginazione e realtà sparisce, spezzata dal potere della penna di Tengo Kawana, insegnante di matematica di giorno e aspirante scrittore di notte.
Tre storie che sembrano non intrecciarsi mai, ma che sono meticolosamente collegate dai fili immaginari dei Little People, personaggi misteriosi il cui scopo non viene mai rivelato. Ma dove vogliono arrivare? Domanda frequente durante la lettura ma alla quale una risposta, mi dispiace, non esiste. E che ti importa? Risponderebbe Murakami, riprendendo le parole di Márquez quando gli venne chiesto perché i personaggi di Cento anni di solitudine avessero tutti lo stesso nome. E che te ne importa? Non è quello che conta. Contano le emozioni, i pensieri, i flussi di coscienza di Tengo e Aomame. L’amore tenero di due bambini di dieci anni, nato alla fine di un noioso giorno di scuola e perduto per oltre vent’anni. Un amore fatto di speranza: l’unico appiglio per Aomame nella sua vita monotona e senza scopo; l’unico ricordo per Tengo di affetto sincero e ricambiato. Due vite sole, perse tra le vie di Tokyo illuminate da quella luce bianca artificiale, quella che non scalda ma a cui Tengo e Aomame si sono abituati. Quindi, che ti importa? Che ti importa se in città si aggirano personaggi di fantasia, se ci sono due lune nel cielo, se esistono le crisalidi di aria? Siamo davvero sicuri della realtà che ci circonda? Il nostro mondo, quello a cui abbiamo adattato forse troppo la nostra vista, ci insegna Murakami, può cambiare non da un giorno all’altro, ma da un momento all’altro. Non è questione di ore, di giorni o di mesi. Sono gli attimi che ribaltano la situazione. È quel piccolo dettaglio a cui non facciamo caso. Come Aomame, che ascolta ignara di tutto la Sinfonietta di Janácek, in un taxi, in un normale giorno di lavoro. Così Murakami ci insegna la regola della causa-effetto, una serie precisa di eventi che si incastrano perfettamente nel puzzle disegnato dai Little People.
Se quel giorno, in ritardo per lavoro, non si fosse trovata in quel taxi, sull’autostrada, bloccata dal traffico, Aomame non avrebbe sceso quella scala di emergenza di ferro, non sarebbe mai entrata nell’anno 1Q84, non avrebbe mai incontrato Tengo. Un caso o destino? Dilemma persistente che attraversa la trilogia, ma a cui soluzione non c’è. Libera interpretazione, direi. Dipende tutto da noi, da come vogliamo vedere le cose. Ed è proprio questo il punto cruciale attorno a cui si sviluppa il romanzo. Non esistono risposte, un po’ come nella vita. Ma, un po’ per destino, un po’ per curiosità, siamo guidati da una passione, forse troppo spesso sopita, che ci attrae, come l’amore tra Tengo e Aomame, verso il nostro scopo. Non sapremo mai chi saremo, né perché ci troviamo dove siamo. Ma, almeno, se siamo dove dobbiamo essere, va bene così, e quando sarà, lo sapremo. Come Tengo e Aomame, in quella stanza di albergo, usciti dall’anno 1Q84 e tornati nel banalissimo mondo del 1985, a guardare la luna. Una sola, semplice luna bianca in un cielo illuminato dalle poche stelle sbiadite dalle luci artificiali in un’ordinaria notte di Tokyo.
Dicevo. Il caso ha voluto che cominciassi 1Q84 nel 2020 e che ne scrivessi nel 2021. Un parallelo che considero quasi voluto da allineamenti celestiali. Non che io ci creda, sia chiaro. Ma 1Q84 è proprio questo. Esiste quella linea che ci separa dalla fantasia? E se sì, l’abbiamo mai vista? Toccata con le nostre mani? Forse ha la forma di un filo usato dai Little People per creare la crisalide d’aria. Un filo tangibile, sì, per dare forma a qualcosa che esiste solo nella nostra immaginazione. Un filo per dare vita a qualcosa che non dovrebbe esistere. Ecco. 1Q84 cancella la linea sottile tra fantasia e realtà, spingendo i personaggi e il lettore nel mondo immaginario di Tengo Kawana. Rimaniamo sospesi tra realismo e fantasy, ma è impossibile delinearne il confine. Una storia al limite della realtà, ma con un finale estremamente banale. Tanto banale quanto la quotidianità che viviamo.
Entriamo nell’anno 1Q84 a gennaio ed esattamente dodici mesi dopo, ne usciamo. Anche troppo facilmente. Un finale che spiazza per la sua normalità. Un po’ come il 2020. Siamo entrati a gamba tesa, inconsciamente, nell’annus horribilis, l’anno che ha stravolto la nostra vita. Come Aomame, da un giorno all’altro siamo stati costretti a cambiare la nostra metodica, a volte odiata, routine. Ma poi, il cerchio si chiude. Entriamo quindi nel 1985, o, meglio, nel 2021. Un ritorno alla normalità tanto atteso, ma che poi, in fin dei conti, non è come ce lo saremmo aspettato. Le grandi speranze le abbiamo cacciate fuori alla porta, tornando alle nostre abitudini come se nulla fosse. È come se nell’attesa di tempi migliori, nel frattempo avessimo perso la nostra voglia di metterci in gioco. Un ritorno alla normalità, sì, ma lo volevamo davvero? Alla fine, il 1Q84 non era così male.






