La gloria o la vita? Il dilemma del campione contemporaneo
L’ultimo anno che abbiamo vissuto ci ha costretto a riflettere a fondo sul nostro rapporto con lo spazio. Abbiamo toccato con mano la fissità e la flessibilità del limite, cercando modi o stratagemmi per aggrovigliarsi attorno le nostre faccende. Di fatto, cos’è la nostra esistenza se non una continua ricerca di orientamento e conforto nella razionalità dei confini?
In questo periodo storico particolare abbiamo riconosciuto la nostra parziale impotenza nell’agire contro la pandemia e l’ineluttabilità del corso delle cose. Per alleggerire questa consapevolezza, per realizzare la rincorsa verso l’orizzonte e, poi, il suo superamento, entra in campo il campione. Abbiamo a cuore i campioni per la loro facoltà di decidere e determinare, per la loro attitudine a spostare i confini delle cose possibili, non da supereroi con caratteristiche anormali, ma da esseri finiti esattamente come tutti noi e, così, ci sentiamo idealmente appagati nella nostra corsa oltre il limite.
Ma quali sono le caratteristiche che costituiscono i campioni di oggi? Il mondo è caratterizzato da una differenza sostanziale nell’esposizione mediatica. Campioni di un tempo come Pelè o Boris Becker godevano di un’aura semidivina e di uno storytelling edulcorato da un senso di distacco nei confronti del pubblico che ne aumentava la distanza dallo stesso, ponendo i campioni a un livello superiore. Oggi, nel mondo in cui Cristiano Ronaldo domina Instagram con il record assoluto di seguaci, la percezione della figura del campione sembra, all’apparenza, più vicina. Il fatto di poter fruire della quotidianità degli atleti inevitabilmente li avvicina ai fan. Ebbene, la stessa enorme esposizione e la consapevolezza di una certa responsabilità d’influenza portano il campione alla necessità di scontrarsi con l’essere da esempio e di adottare comportamenti entro i limiti del politicamente corretto.
Il 2020 ci ha portato via Maradona, uno dei primi personaggi che balzano in mente al pensiero del campione. Domanda: al giorno d’oggi Maradona avrebbe potuto essere un campione? Nel 2021 il mondo accetterebbe di idolatrare, al di là dei meriti sportivi, un giocatore dipendente dalla cocaina, evasore fiscale e che ha intrattenuto rapporti con la camorra? Probabilmente no.
Vero è che la maggiore sensibilità del pubblico richiede trasparenza e responsabilità sociale. Possiamo infatti annoverare dei casi di atleti in cui la valenza sportiva viene superata dall’impegno nel sostenere dei valori che vanno oltre il mondo dello sport. Un caso lampante è quello di Colin Kaepernick, giocatore di football americano che si è speso totalmente nella lotta alle discriminazioni delle comunità nere in America. Kaepernick decise di inginocchiarsi durante l’esecuzione dell’inno americano prima di una partita come espressione dei propri ideali, riuscendo a coinvolgere buona parte del mondo del Football e di conseguenza dell’opinione pubblica, tant’è che cercando il suo nome su internet il browser lo identifica come “attivista”, spostandolo così al di fuori del campo di gioco.
Tuttavia, persiste l’attrazione del pubblico verso la dannazione che connota il profilo di personaggi come Maradona o George Best, connotato da quel fascino del male e avvolto in una nube di genio e sregolatezza. E, da un certo punto di vista, la componente dell’errore nelle gesta del campione mantiene una funzionalità sostanziale nella manifestazione dell’appartenenza alla stessa natura umana. Sono gli stessi campioni, nelle vicissitudini dei loro sbagli su vari fronti, a ricordare al pubblico che siamo tutti uguali, rendendo ancora più significativi i momenti in cui il campione si eleva. Inoltre, nonostante al campione siano riconosciuti un alto livello di chiarezza e un linguaggio di facile comprensione (non a caso anche su temi sociali ha il dono di saper parlare alle persone), è altrettanto vero che la percezione dell’aura del campione si forma a partire dal giudizio del singolo individuo.
Esistono, quindi, molteplici categorie ontologiche del campione: quella alla Leo Messi, ovvero l’artista; il campione socialmente impegnato alla Sir Lewis Hamilton (che, comunque, conta nel proprio palmares la bellezza di sette titoli mondiali); il campione alla Cristiano Ronaldo, che fa della costanza e perseveranza nell’allenamento la sua caratteristica distintiva. La matrice comune, ovviamente, rimane l’insindacabilità dei numeri come espressione tangibile del valore sportivo, nonostante questi siano spesso di contorno o la mera conseguenza della grandezza del campione.
Effettivamente, non è da sottovalutare come la costruzione dell’impressione del pubblico si generi dall’inoppugnabilità della definizione del risultato sportivo. Se è vero che viviamo in una modernità liquida dove gli individui hanno sempre meno voglia di cogliere il profondo delle cose, bisogna considerare che su larga scala sono i numeri a fissare i punti d’approdo nella liquidità delle performance sportive, e non c’è nulla di più sbagliato nell’analisi della prestazione – ma questo è un discorso utopico, nel momento che nello sport la vittoria si raggiunge per matematica.
È opinabile e ambiguo, invece, il discorso della predestinazione, legato a un antico ideale di eroe sportivo e spesso smentito da fenomeni come Cristiano Ronaldo o Andre Agassi. Di quest’ultimo ricordiamo il bestseller Open, nel quale il campione americano racconta crudamente il sacrificio della giovinezza, il suo rapporto morboso con e il suo odio per lo sport, che lo hanno reso immortale. Fattore interessante della parabola del tennista, e al limite del paradosso, è la compromissione della propria vita a favore del momentaneo appagamento della vittoria. Agassi e Ronaldo, secondo il proprio libero arbitrio, hanno deciso di dedicare la propria vita a quella frenetica voglia di superare i propri obiettivi e al desiderio di eccellere sugli altri. Hanno così deciso di penalizzare la propria esistenza per vivere nella gloria, di non stare bene per essere i migliori.






